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Lib(e)riamocene : l’angolo della stroncatura del mese. Di Paolo Aghemo

Torna, più tranchant che mai, la rubrica più irriverente di Lib(e)riamoci. Questa volta a passare sotto le grinfie di Paolo ci sarà uno dei libri più chiacchierati del momento, stiamo parlando di “Chiamami col tuo nome” di André Aciman. Reso ancora più celebre dall’omonimo e pluripremiato film di Luca Guadagnino.

CHIAMAMI COL TUO NOME

André Aciman ci racconta una storia ambientata in Italia dove sia il paese che i personaggi sembrano usciti dall’album delle figurine Panini delle Regioni e dei Popoli d’Italia. Autisti, giardinieri, domestiche e cuoche hanno nomi che forse in Romagna negli anni ’50. Ma sai fa tanto “italiano”.
In sostanza il libro, almeno nelle sue prime tre parti, è il soliloquio di un adolescente che si trascina pagina dopo pagina raggiungendo vette di noia mortale prodotta dalla ripetizione inconcludente di tormenti vagamente omosessuali che il suddetto prova nei confronti di un giovane più grande di lui, ospite del padre e della madre.
Il padre è figura assente e un po’ macchiettistica ispirata a certi accademici, che, ovviamente possiedono una villa al mare, dove ovviamente ricevono ogni estate torme di altri intellettuali, artisti, musicisti e così via, ricreando una sorta di Olimpo delle arti o di Casa di Mecenate. La madre sembra uscita da un romanzo di Liala: un po’ svanita, dedita al bridge con le amiche, affascinata dallo stesso oggetto del desiderio del figlio, che lei chiama “cauboi”.
Il protagonista, il giovane Elio, proprio come il dio sole, passa le giornate a immaginare avvicinamenti spirituali, ma anche molto più “biblici”, a Oliver il giovane ospite americano del quale ama e odia tutto: il modo di muoversi, di nuotare, di rispondere alle domande, di prendere il sole, di andare in bici, di mettersi il costume da bagno, di accendersi la sigaretta, e potrei continuare quasi all’infinito. Nella realtà invece il giovane dio sole trova il tempo di scoprire i misteri e i piaceri del sesso con le sue giovani amiche e vicine di villa.
Finalmente, dopo tremilacinquecentoventisei pagine di tormenti e soliloqui: “glielo dico, non glielo dico, mi rifiuterà, non mi rifiuterà, mi piacerà, non mi piacerà” si arriva al misfatto, anche qui condito con dovizia di particolari che ad un tratto ti fanno pure riflettere: “ma non si configurerà mica una sorta di violenza sessuale (seppur consenziente) data la minore età del protagonista” ? Già Saba in “Ernesto” (1953) ci aveva descritto un rapporto simile, ma su un piano narrativo, di sentimenti e con uno spessore dei personaggi ben diverso.
La quarta parte del libro tratta dei due personaggi oramai diventati adulti: si erano persi di vista, si ritrovano, sono due intellettuali. Uno l’americano, ha due figli, l’altro il nostrano no.
Atmosfera freddina, un po’ come quando sul brodino raffreddato si formano gli “occhi” di grasso del pollo, il detto e il non detto, quello che abbiamo vissuto ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.

Sinossi:
parte uno: Elio ci racconta in prima persona, soliloquiando, la noia delle estati al mare dove deve studiare pianoforte
parte due: Elio ci ossessiona, sempre solliloquiando, con l’attrazione per il giovane ospite; e poi ci ossessiona, sempre soliloquiando, sui piaceri della carne (con Oliver)
parte tre: Elio ci ossessiona, sempre soliloquiando, anche se un po’ meno, col suo viaggio a Roma, sulle conoscenze e sui piaceri della carne (con Oliver)
parte quattro: Elio, diventato grande, ci ossessiona, soliloquiando al solito, sull’autunno della vita, sulle strade che si separano ecc. ecc. ecc. ecc.

Commento:
su una trama che poteva anche stare in piedi (vedi esempi precedenti “Ernesto” di Saba) l’autore commette lo sbaglio capitale di svolgere il libro in forma di soliloquio di un adolescente che, pur avendo diritto di soliloquiare come è capace, non ha però il diritto di asfissiarci con delle inconcludenti locuzioni che ammazzerebbero anche un santo.
Spessore dei personaggi: figurine Panini delle Regioni e dei Popoli d’Italia
Unico pregio: lo spessore di 190 pagine circa lo rende utile per livellare mobili, tavolini, scaffali. Sempre soliloquiando s’intende.

Paolo Aghemo

 

 

 

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Dieci donne insegnanti tra passato prossimo e futuro anteriore

Oggi il gruppo di lettura Lib(e)riamoci vi presenterà “Dieci donne insegnanti tra passato prossimo e futuro anteriore” di Concetta Abbà, Renata Campini, Anna Casucci, Fiorenza Ciastellardi, Margherita Dotta Rosso, Carla Fantozzi, Anna Garelli, Antonia Inghingalo, Fulvia Porro e Sandra Rinaudo, edito da Giancarlo Zedde Editore.

Un libro che tratta della scuola italiana e della sua evoluzione negli ultimi settant’anni, frutto di memorie di dieci insegnanti ormai in pensione.

A seguire, una bella presentazione del libro a cura di Carla Fantozzi, una delle autrici.

In sintesi sono le testimonianze sulla scuola di dieci donne, prima nel ruolo di alunne e poi come insegnanti. Ne emerge un disegno della società e della scuola italiana degli ultimi settant’anni… le più anziane tra noi sono andate a scuola in tempo di guerra!

Tutte noi abbiamo partecipato attivamente al ’68, abbiamo aderito ad associazioni che portavano avanti una didattica innovativa e di rottura con il metodo nozionistico che avevamo sperimentato come allieve! Il libro non vuole essere “un’operazione nostalgica”, ma testimonia una passione civile e politica che vorremmo consegnare alle insegnanti di oggi.

Carla Fantozzi

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Vi aspettiamo in numerosi alla presentazione del libro Martedì 5 marzo alle ore 17.00 presso la Biblioteca Civica di Collegno in Corso Francia 275 (TO).

Buone letture,

Sara

 

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Appuntamento di Gennaio: Lib(e)riamoci vola a Damasco!

Come promesso, il gruppo di lettura Lib(e)riamoci vi porterà alla scoperta di Damasco attraverso gli occhi di chi questa città l’ha vissuta a pieno. Stiamo parlando di Carla Diamanti: giornalista ma soprattutto “travel designer”, capace di creare percorsi di viaggio tagliati su misura.

Ma partiamo subito con le domande: come si raggiunge la capitale siriana al giorno d’oggi? Oggi, spiega la giornalista, non si arriva direttamente a Damasco, ma da Beirut è possibile raggiungerla tramite macchina o mezzi di trasporto condivisi.

Attualmente in cosa consiste il pericolo a Damasco? (Chiede Annamaria) Il pericolo,spiega Carla, consiste nei possibili scontri tra le forze di governo e quelle dei ribelli, ma questo non la spaventa dal continuare a viaggiare. Ad esempio, lei viaggia molto spesso anche in Iran e la percezione che si può avere di quel paese da fuori è diversa da quella che si ha realmente visitandolo. Sicuramente la situazione a Damasco, così come ad Aleppo, non è semplice, ma non tutto è distrutto.

Quali sono i posti imprescindibili di Damasco, quelli in cui torneresti sempre? (Chiede Alessia) Carla descrive Damasco come una città che, anche nelle zone residenziali, non ha nulla di occidentale, come una città in grado di mantenere un’impronta propria anche al di fuori del centro storico. Tra tutti i posti di Damasco, il più imprescindibile per lei, quello che più le è rimasto nel cuore è la grande Moschea degli Omayyadi.

Moschea

Il cuore e la parte più vecchia di Damasco sono racchiusi dentro Al-Hamidiya Souq, il mercato più grande della Siria, formato da cunicoli pieni di chincaglierie e persone, quasi soffocanti, ma alla fine del Souq si apre la piazza in cui sorge la Moschea in tutta la sua maestosità che mozza il fiato. Si tratta di una Moschea grandissima in cui è presente una sala di preghiera anticipata da un cortile porticato, ricoperto interamente da mosaici dorati, turchesi e verde smeraldo che riproducono l’oasi di Ghuta.

Un ulteriore elemento rimasto nel cuore della nostra ospite sono le persone che circondano la Moschea di Damasco: in particolar modo ricorda il venditore di cartoline a “fisarmonica” e il venditore di succhi di melograno e arancia (a seconda della stagione). Carla descrive inoltre un locale tipico e molto particolare situato alle spalle della Moschea. Si tratta di un cafè in cui è possibile bere tè e fumare narghilè, la cui particolarità sta nella presenza dell’ultimo cantastorie siriano che interpreta storie e personaggi.

Dove alloggiavi a Damasco? Per un periodo, spiega Carla, ha condiviso una casa con amici, ma quando ci andava per lavoro alloggiava in albergo.

Quanti abitanti conta Damasco oggi? Si tratta di una città molto grande e composita che conta 3-4 milioni di abitanti. Damasco è una città con molti centri ma la maggior parte delle persone confluisce nel vero centro: il mercato. Carla ci fa notare, inoltre, di come nonostante in tantissimi facciano la stessa attività e vendano le stesse cose, riescano tutti a sbarcare il lunario. Solitamente le persone a Damasco hanno un’attività secondaria, per cui tutte trovano il modo di vivere.

Cosa si mangia a Damasco? (Chiede Alessandro, il buongustaio del nostro GdL) Tutta la cucina mediorientale è una cucina di ispirazione libanese, ma in ogni regione ci sono varie declinazioni locali. In Siria, ad esempio, c’è l’abitudine di mangiare una serie di antipasti chiamata “Meze”, per cui ci sono prima tutta una serie di salse, ad esempio l’hummus fatto con ceci e pasta di sesamo, oppure fatto con le melanzane. Si mangia spesso il riso ma non il cous cous che non esiste nella parte orientale dei paesi arabi.

Conosci posti dove mangiare cucina siriana qui a Torino? Carla ci racconta ,a questo punto, di un suo caro amico siriano che cucina e riceve a casa organizzando un cosiddetto “home restaurant”.

Se anche voi volete vivere l’esperienza di un viaggio su misura vi consigliamo di dare un’occhiata al sito di Carla: http://www.thetraveldesigner.it/

Ma di cosa parla davvero “Damasco”, il libro di Suad Amiry?

damasco

Ecco i punti di vista dei componenti del GdL:

” Un libro che restituisce il fascino di un’antica capitale, dei suoi palazzi ricchi di mosaici, dei cortili con le fontane, dei mercati dai mille profumi, tessendo con mille fili il racconto di una grande famiglia  di facoltosi mercanti.” Carla

“La città di Damasco appare attraverso il racconto familiare di tre generazioni che la descrivono con le loro abitudini e i loro legami spesso complicati ma che rispecchiano la complessità di una delle più antiche civiltà del mondo i cui personaggi la vivono intensamente fino ad esserne parte attiva.” Elena

” Non è solo una storia familiare, ma un affresco della Siria da Mille e una notte che oggi non c’è più, con la sua atmosfera magica, i cibi, i profumi, le tradizioni locali e i colori. In una Damasco elegante e fastosa s’intrecciano amori, tradimenti e segreti, la storia di tre generazioni raccontate da una voce che parla dall’interno di questo mondo. Di fronte alle immagini delle macerie della guerra di oggi è un racconto che suscita una grande malinconia.” Amalia

“Damasco è un interessante esempio di saga familiare alla araba in cui il cibo, i colori e i sapori della città sono importanti quanto i personaggi stessi. Le descrizioni minuziose dei rituali e del cibo succulento incuriosiscono e attirano, facendo del romanzo un’esperienza viva e multisensoriale.” Alessandra

Infine, la recensione di Manuela, che ha proposto il libro al gruppo:

“Damasco” è un romanzo di Suad Amiry in cui si raccontano le vicende di una famiglia siriana benestante attraverso tre generazioni. Sono molti i temi che affiorano anche se non vengono sviluppati: la fedeltà coniugale e i ruoli maschio-femmina all’interno della famiglia e della società, l’omosessualità femminile, la maternità biologica e la maternità affettiva, il peso dei segreti, la ricerca della verità sulle proprie origini.

E’ facile perdersi nella successione dei nomi, delle parentele, degli intrecci familiari che costituiscono la trama di “Damasco”. Le storie dei numerosi componenti della famiglia Baroudi si rincorrono nel tempo, dall’inizio del 1900 fin oltre gli anni sessanta, con salti repentini tra passato e presente ci si confonde e spesso si è costretti a tornare su pagine già lette per riprendere il filo principale, eppure c’è un collante che tiene insieme tutto: amori, tradimenti, nascite, lutti, feste, matrimoni e funerali, ed è proprio lei, Damasco, città che pervade tutto il libro, che non si limita ad essere sfondo alle vite di chi la abita, ma le permea nel profondo, le cattura, le seduce. Anche chi se ne allontana, per obbligo o per scelta, rimane ad essa legato, E’ Damasco la vera protagonista del libro, le sue vie, gli odori, i cibi, i profumi, i colori, i rumori e i silenzi delle strade, l’atmosfera dei momenti conviviali, i pranzi, l’hammam. Una città viva in cui trovano la loro collocazione sia figure importanti, dalle vite lunghissime, sia esistenze minori, quasi al margine, poco definite: l’ impressione finale è che tutte queste vite proprio da Damasco traggono il loro nutrimento.

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Nel prossimo appuntamento, il gruppo di lettura Lib(e)riamoci volerà in Islanda attraverso il romanzo “La donna è un’isola” di Auður Ava Ólafsdóttir.

Buone letture,

Sara

 

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Lib(e)riamoci incontra Enrico Pandiani

Il nuovo ciclo di appuntamenti di Lib(e)riamoci parte subito alla grandissima, con la partecipazione di un graditissimo ospite : Enrico Pandiani.

Con il suo nuovo libro, “Polvere” , edito da DeA Planeta, Enrico centra in pieno il tema scelto quest’anno dal GdL Lib(e)riamoci, ossia le città e i luoghi raccontati attraverso il romanzo.

Qui di seguito, una bella recensione di “Polvere” a cura di Annamaria Coppola .

Quella di Pandiani è una Torino  dove i delinquenti da temere sono  indifferentemente bianchi  o neri e così le vittime.
Pandiani è dalla parte di chiunque abbia delle difficoltà di inserimento sociale.
Non fa differenza la provenienza, il colore della pelle, la diversa cultura.
L’integrazione non è un camminare parallelo, senza intralciarsi, è di più. È la voglia di entrare in contatto, di creare un rapporto.
Quella di “Polvere” è una Torino dove le periferie aspettano di diventare  luoghi meravigliosi, come è stato loro promesso da sempre, ma per ora nulla è cambiato. Eppure i sentimenti, i sogni,  gli amori che nascono tra disagi e povertà hanno una passione che annulla il degrado e lo squallore.
Le donne sono povere ma bellissime.
Pietro è molto impolverato , ma assai intrigante.
Pandiani  racconta bene i luoghi e i personaggi, perché è un grande osservatore e, con la passione di scrivere, ci è nato.
È un romanzo attualissimo  che ci aiuta a riflettere e ci induce a scuotere di dosso  un po’ di quella polvere da cui siamo coperti e accecati.
È tempo, questo, di aprire gli occhi.
Grazie Enrico.
Nel prossimo appuntamento, il gruppo di lettura Lib(e)riamoci vi porterà in una delle grandi capitali del Medio Oriente. Approfondiremo “Damasco” di Suad Amiry e con noi ci sarà una gradita ospite.
Buone letture,
Gaz&Sara
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Arriaga: Ho scritto ‘Il selvaggio’ in 5 anni, se lo leggete in 2 settimane mi arrabbio.

Ed ecco un bellissimo articolo di Sabina Prestipino, giornalista e groupie di Arriaga!

Ricordate la citazione de “Il Giovane Holden” in cui il protagonista dice: “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”? Ecco i libri di Guillermo Arriaga sono così, e l’ultimo “Il Selvaggio” edito da Bompiani, non fa eccezione. Settecento e passa pagine potenti, a volte crude, con accadimenti drammatici, lutti, eppure il libro è un vero e proprio inno alla vita.

Ora, posto che non ho il numero di telefono di Arriaga, quando ho saputo che sarebbe venuto da Città del Messico, la sua città, a Torino, al Salone del Libro (10-14 maggio 2018) non stavo più nella pelle. Come scrittore l’avevo scoperto nel 1991, quando pubblicò “Pancho Villa e lo Squadrone Ghigliottina”. Più tardi esce “Un dolce odore di morte” e nel 2000 “ Il bufalo della notte” e la raccolta di racconti “Retorno 201”.

Ma più che le librerie sono i cinema a dargli la fama internazionale: grazie al sodalizio con il regista  Alejandro Iñárritu (sono sue le sceneggiature della  cosiddetta “trilogia sulla morte”, “Amores Perros”, “21 grammi” e “Babel”): Nel l 2006 tra i due volano gli stracci: si rompe la collaborazione e l’amicizia. I loro dissidi finiscono sulla stampa internazionale, i due si accusano a vicenda di essere delle prime donne. Un anno prima, nel 2005 Arriaga con “ Le tre sepolture” di Tommy Lee Jones, vince la Palma d’Oro per la sceneggiatura al Festival di Cannes.

Eppure a vederlo al Salone del Libro Arriaga non sembra un divo, uno di quegli scrittori che non riescono a domare il loro ego smisurato.
Occhi verdi sornioni, maglietta sgualcita, barba di qualche giorno e un espressione tra il bonario e l’ironico stampata in viso, si ferma con pazienza ad autografare i suoi libri, scambiando chiacchiere con i suoi lettori, che a onor del vero in Italia non sono una folla.

La scrittura? Metà scoperta, metà improvvisazione, fa intendere.

“Ho scritto ‘Il selvaggio’  in cinque anni e mezzo, perciò quando mi si avvicina un lettore che mi dice che l’ha divorato in due settimane  mi arrabbio. A me è costato fatica e chili in più – confida al Salone de Libro – Non sono uno di quegli scrittori che fin dal principio sa cosa sta scrivendo. Quando inizio un romanzo conosco la storia fino a pagina 5. Il bello di scrivere così è che lo fai come se stessi leggendo un romanzo, non sai cosa succederà dopo. Lo scopri.  Il mio lavoro è di scoperta della struttura interna che forma la storia”.

“Non c’è una regola precisa. Lo scrittore deve donarsi ai meccanismi della storia e non l’inverso. Milan Kundera diceva che la lingua non è un valore in sé. Ci sono persone che utilizzano la lingua per  raccontare storie, altri per raggiungere una certa musicalità o un valore estetico. Sono varie ricerche, che cambiano non solo da scrittore a scrittore, ma anche da opera a opera letteraria” butta lì lo scrittore.

Al Salone ha tenuto un incontro anche sol suo traduttore italiano Bruno Arpaia, con cui si è complimentato più volte, soprattutto per come ha tradotto i calligrammi che compaiono ne “Il Selvaggio”, tradotti alla lettera rispettando la metrica di quelli messicani. “Trovare la stessa metrica in italiano richiede un gran lavoro. Davvero notevole” ha detto lo scrittore.

Poi racconta della sua infanzia, dove affondano le radici della sua scrittura:
“Quando avevo 10 anni frequentavo una scuola che non mi piaceva assolutamente, perché era molto autoritaria, ma lì ho scoperto autori importanti per la  mia formazione: come Edgar Allan Poe e Steinbeck, di cui ho letto tutte le opere. Mi ricordo i personaggi di Steinbeck ancora oggi. Poi fui espulso da questa scuola a 12 anni e incontrai una fonte di ispirazione che per me fu ancor più grande. Nella nuova scuola c’era un corso di teatro obbligatorio. Bisognava per forza leggere i più grandi autori del teatro di tutti i tempi e così iniziai a leggere Sofocle, Euripide e Shakespeare, in più dovevamo inscenare le loro opere”.

“Ben presto mi sono reso conto che ci sono  due tipi di tradizione narrativa – ha sintetizzato Arriaga – una tradizione dove non succede niente,  neanche una cosa minima, un’altra in cui succedono mille cose: del genere uno va a letto con sua madre, poi uccide il padre, poi si cava gli occhi e altro ancora. A me personalmente sono successe molte cose e quindi ho cominciato a legarmi a questa seconda tradizione narrativa, che aveva tutta questa abbondanza di fatti. Faulkner, Vargas Llosa, Garcia Marquez e Giovanni Papini: questi sono gli scrittori da cui ho ricevuto le influenze maggiori”.

“Il Selvaggio” è ambientato nelle stesse strade della sua infanzia, ma non è una biografia, ci mette in guardia lo scrittore: “La scuola privata è la stessa. Ho un cane che si chiama King. Vivevo anch’io moltissimo sui tetti. C’è molto della mia vita, senza essere però la mia vita”.

E intanto pare stia scrivendo un altro libro, quando gli chiedono di svelare un po’ di più, glissa elegantemente la domanda, divagando. A me basta sapere che tra qualche anno lo ritroverò in libreria.

 

 

 

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Libro del mese – E tu splendi – di Giuseppe Catozzella

Ci sono libri che vorresti non finire mai, che leggi lentamente per poterne preservare la gioia della lettura, l’incanto e la perfezione di ogni singola parola. Questo è il caso del libro di Giuseppe Catozzella ” E tu splendi ” edito da Feltrinelli. Già il titolo e la copertina sono intrisi di poesia e bellezza, che ritroveremo presenti in ogni pagina di questo romanzo.

La storia è raccontata dal protagonista, Pietro, un ragazzino di undici anni, che insieme alla sorella Nina, ogni estate da Milano ( anzi Milanox – un po’ Milano e un po’ Bronx ) vengono mandati ad Arigliana ( un paesino sperduto della Lucania ) dai nonni a trascorrere l’estate.

Già dalle prime pagine percepiamo il grande dolore che attanaglia il piccolo protagonista, infatti Pietro è orfano di madre, e il suo disappunto per una perdita così grande si sviluppa in tutto il romanzo. Il suo è un dolore che esercita nel lettore un’infinita tenerezza, ci sono passaggi nel libro così emozionanti che fanno inumidire gli occhi dalla commozione. Il linguaggio è quello di un ragazzino, e sembra proprio che Catozzella si sia immedesimato completamente nei panni di Pietro. Ci sono momenti di rabbia, sgomento e smarrimento in Pietro, così reali da aver voglia di abbracciarlo per far passare ,almeno per un momento, quella tristezza per un dolore così grande. Ma il libro non racconta solo di una perdita. Racconta di svariati avvenimenti, uno fra tutti il ritrovamento di un’intera famiglia composta da 7 stranieri all’interno di una torre normanna, che destabilizzeranno tutto il paese.

Tutti i personaggi sono raccontati benissimo e attraverso gli occhi di Pietro ne percepiamo la natura. La determinazione della sorella minore Nina, la tenerezza della nonna, la finta spavalderia dell’amico Refè, la ritrosia del nonno ( dovuta principalmente ad una serie di sfortunati eventi ) e la pochezza d’animo dello zio Rocco.

Non voglio svelarvi di più, perché questo è un libro che va letto, va consigliato e regalato a chi si vuol bene. Non ci sono note stonate, dal titolo alla copertina e perfino nelle note d’autore, dove Catozzella ricorda la scomparsa prematura di Alessandro Leogrande.

Ti insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece.8536659_3071008.jpg

 

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I consigli di lettura di Lib(e)riamoci -3-

Continua la rubrica dei consigli di lettura del gruppo di lettura Lib(e)riamoci, i protagonisti di questo terzo appuntamento sono “Chiamami col tuo nome ” di A.Aciman e “Racconti da ridere” a cura di Marco Rossari.

Sabina ci racconta “Chiamami col tuo nome” di A.Aciman edito da Guanda.

“Chiamami col tuo nome”: quando il film è meglio del libro

Era già stato edito da Guanda nel 2008, ma solo ora ha fatto il botto, con ben 13 edizioni in pochi mesi. E’  “Chiamami col tuo nome” di André Aciman il cui exploit in libreria è dovuto al successo internazionale dell’omonimo film di Luca Guadagnino, fresco di Oscar per la sceneggiatura.

Sgombriamo subito il campo: meglio il film del libro. La storia dell’adolescente Elio che in un’estate degli anni Ottanta  si scopre innamorato di uno studente universitario, allievo del padre e ospite della villa di famiglia, è decisamente più poetica e convincente nelle mani del regista Luca Guadagnino.
La sceneggiatura del film è di James Ivory, il regista per intenderci di mirabili adattamenti letterari come “Maurice” e “Quel che resta del giorno”.

Nel libro di Aciman, ambientato in Liguria e non nella provincia lombarda, Elio è decisamente più audace e meno contemplativo del suo omologo sul grande schermo. Aciman descrive il  rapporto d’amore tra Elio e Oliver lasciando ben poco all’immaginazione, anzi calcando la mano al limite della brutalità su momenti  di intimità  tra i due giovani.

Ivory si prende diverse libertà col libro, sforbicia personaggi e situazioni, rispettando però l’atmosfera tra il decadente e il proustiano del libro. E a proposito di Proust, Aciman, classe 1951, insegna letteratura comparata alla City University di New York ed è un’esperto dello scrittore francese. Nel libro si rincorrono citazioni, a volte vagamente manieristiche di Stendhal, Montaigne e Hardy. E anche la sua scrittura ha un che di accademico e impostato.

Il libro parte bene, la scrittura di Aciman è colta, ma ti prende per mano, poi però il romanzo si arrotola troppo su se stesso e tra sospiri languidi e amplessi non mancano momenti di noia. Tutto il romanzo ruota attorno all’innamoramento adolescenziale di Elio paragonato al ritorno a casa di Ulisse, “tornare a casa – si legge nel romanzo – come quando ogni cosa va al posto giusto e d’improvviso ti rendi conto che per 17 anni non hai fatto altro che trafficare con la combinazione sbagliata”. C’è poi il tema di chi non accetta di vivere fino in fondo la propria omosessualità, forse per non esporsi  e mettersi in gioco, come Oliver che opterà per il matrimonio e la famiglia e come lo stesso padre di Elio. Prima del finale proprio questa figura paterna riscatta un po’ il libro, con una ’tirade’ quasi teatrale sull’amore e la necessità di essere se stessi anche a costo di soffrire.

Il film si ferma qua. Mentre nel libro Elio e Oliver si incroceranno in diverse tappe della loro vita. Immaginavo che Ivory avesse tagliato una parte del libro per opportunità narrativa. E invece il motivo è un altro: come ha svelato Guadagnino “Chiamami col tuo nome” avrà un sequel, con gli stessi interpreti.

Alessandro ci consiglia “Racconti da ridere”  a cura di Marco Rossari edito da Einaudi.

Nel suo fondamentale e insuperato saggio sul riso e il significato del comico, il filosofo Henry Bergson scriveva molto acutamente che “In una società di intelligenze pure probabilmente non si piangerà più, ma sicuramente si riderà ancora”. Personalmente ho sempre associato il sapere ridere (attenzione, non il de-ridere) di se stessi e degli altri all’intelligenza. Anzi, parafrasando Oscar Wilde, si potrebbe arrivare a dire che ridere di se stessi è l’inizio di una commedia che dura una vita.
 Far ridere è difficile, farlo con finezza lo è ancora di più.
 Questo libro ci offre una croccante panoramica di racconti umoristici. Vere e proprie “praline” del sorriso selezionate non su base cronologica, ma tematica. Ecco allora il “Ridere con stile” con i maestri dell’umorismo come Wodehouse e Achille Campanile; e il “Ridere con rabbia” con perle di Stefano Benni, David Sedaris (attualmente il più grande umorista americano) e Irvine Welsh. Si passa poi al “Ridere di sé” (Legion d’Onore all’inteligenza) con Scarpa e Bukowski, e al “Ridere di te”, dove troviamo un geniale Umberto Eco che offre una parodia di ‘Lolita’, e un immancabile Mark Twain. Infine la mia preferita, la sezione dedicata al l’umorismo surreale: “Ridere dell’imperscrutabile”. Qui, accanto ai classici: Cechov (‘Morte di un impiegato’) e Gogol (‘Il naso’), ho scoperto un vero capolavoro: ‘Che ne è poi di Emma’ del danese Jorn Riel (autore attualmente pubblicato da Iperborea). Chiudono John Lansdale, qui alle prese con un dinosauro che va a Disneyland, e il Premio Nobel Heinrich Böll.
 Unico appunto, l’assenza nell’antologia di Jerome K. Jerome e di Woody Allen, ai quali il curatore, Marco Rossari, concede solo la citazione nella prefazione. Per il resto un libro piacevole da leggere seduti comodi e oziosi.
Bevanda consigliata: tè inglese, preferibilmente con una piccola, ma simpatica, nuvola di latte.
Voto: 7

Buone letture!